Via Rasella, la politica dei Gap e il dibattito storiografico

Pubblicato: 7 maggio 2012 in Politica

Il finto manifesto tedesco

La memoria di via Rasella è legata ad un episodio particolare: si racconta che subito dopo l’azione partigiana i tedeschi avessero affisso sui muri della capitale dei manifesti in cui si invitavano gli esecutori dell’attentato a consegnarsi alle autorità naziste, evitando in questo modo la rappresaglia . Questo episodio è entrato a far parte della memoria collettiva e continua ancora oggi a influenzare la visione storica comune di via Rasella, nonostante ne sia stata ampiamente e da tempo dimostrata la totale falsità.

Nell’estate del 1944 a Guardistallo, un piccolo comune pisano nelle vicinanze di Cecina, i tedeschi in ritirata uccisero, dopo uno scontro a fuoco con una banda di partigiani, 11 di questi e 48 civili. Anche qui, però solo nell’ultimo periodo, si diffonde una storia simile, secondo la quale i tedeschi compirono la strage solo dopo aver chiesto il nome dei componenti della banda partigiana.

La singolare somiglianza di questi due episodi può indurci ad individuarne due cause principali: la prima è da ricollegare direttamente all’uso pubblico della storia come tentativo di denigrare la fazione (in questo caso politica) avversaria; la seconda è invece di carattere psicologico, ricollegabile alla necessità di individuare in una parte ben conosciuta e riconoscibile i responsabili del massacro, in modo da convogliare il dolore e la rabbia della comunità colpita verso un volto “afferrabile”.

Ma l’elemento che personalmente colpisce di più è la traslazione dell’episodio legato a via Rasella  dalla memoria collettiva al dibattito storico: sarebbe interessante riuscire in effetti a comprendere come sia stato possibile che una convinzione così palesemente falsa sia riuscita a circolare nell’opinione comune con tale successo che sembra impresa ardua riuscire a sradicarla.

Di questo si è occupato Alessandro Portelli nel suo libro L’ordine è già stato eseguito (Donzelli, Roma, 1999), volume che ho utilizzato per affrontare un altro aspetto legato all’uso pubblico della storia di via Rasella, ovvero il dibattito storiografico incentrato sulla politica dei GAP e del Pci che portò alla pianificazione e all’esecuzione di un attacco che risultò più efficace di quanto gli stessi partigiani si aspettassero; analizzerò i tratti salienti del dibattito tenendo presente la componente cronologica, individuabile in due spezzoni relativamente definiti: gli anni sessanta e gli anni intorno al processo Priebke.

Gli anni sessanta

Il mio viaggio nel dibattito storico inizia nel 1962 con la pubblicazione del volume Sangue chiama sangue di Giorgio Pisanò. Fondatore del MSI, la storia di questo personaggio è strettamente connessa con quella del fascismo e del neofascismo di cui si dichiarò sempre fedelissimo sostenitore, tanto da portarlo nel 1995 a rifiutare la svolta di Fiuggi e ad entrare nel movimento neofascista di Pino Rauti Fiamma Tricolore.

In questo libro, dal significativo sottotitolo “Le terrificanti verità che nessuno ha mai avuto il coraggio di dire sulla guerra civile in Italia”, Pisanò disegna l’azione di Via Rasella come una sciagurata mossa politica fratricida del Pci, tesa ad indebolire l’intero movimento della Resistenza romana soltanto per arrivare alla conquista del potere. A suo avviso, infatti, il GAP, dopo l’azione, non si consegnò ai tedeschi con lo scopo di far eliminare alcuni suoi nemici politici:

“l’attentato di Via Rasella venne compiuto nella quasi certezza che i tedeschi avrebbero scelto gli ostaggi da fucilare tra i prigionieri politici nelle loro mani. E questi prigionieri erano, in assoluta maggioranza, antifascisti non comunisti: ufficiali del Centro militare e uomini del Partito d’Azione.”

Considerando la scelta politica di Pisanò, è facile intuire lo scopo delle sue affermazioni: dipingere la politica resistenziale del Pci come semplice lotta per il potere, nella quale la liberazione nazionale rappresenta un semplice passaggio in un’ottica rivoluzionaria di lotta di classe, e nella quale i nemici politici vanno eliminati con tutti i mezzi a disposizione. Questa affermazione è discutibile: numerosissimi studi, nonché la realtà storica dei fatti, hanno dimostrato come la liberazione nazionale rappresentasse  davvero una priorità per i comunisti. Ma ciò che stupisce di più è che, nonostante la dimostrata falsità di questa tesi “fratricida”, essa continuò a circolare nel dibattito storico fino a pochi anni fa quando, come vedremo in seguito, venne fatta propria da uno storico di formazione politica totalmente opposta a quella di Pisanò, Roberto Gremmo, nel suo libro I partigiani di Bandiera rossa: il Movimento comunista d’Italia nella Resistenza romana (ELF, Biella, 1996).

Nel 1966 esce per Feltrinelli un ampio volume di Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana. Settembre 1943 – Maggio 1945: ex partigiano, Bocca ha comprensibilmente un punto di vista completamente opposto a quello di Pisanò. In questo libro è indagata la realtà dei Gap: questi sono composti solo da tre o quattro persone, non hanno rapporti tra di loro ma solo con il comando centrale, hanno a disposizione delle staffette esclusive.

Secondo Bocca il loro compito fondamentale è quello di portare avanti una guerra terroristica all’interno delle città, terrorismo che mira ad effetti militari e politici, caratterizzato come atto di moralità rivoluzionaria: “il gappismo è la minoranza ossessionata e ossessionante che arroventa la massa inerte della grande città, è il nucleo disperato che trasmette alle moltitudini la sua volontà.”

È dunque nell’ottica terroristica che va osservata l’azione di via Rasella, e in quest’ottica va vista come tentativo di provocare il terrorismo tedesco: “il terrorismo ribelle (…) è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie, per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. È una pedagogia impietosa, una lezione feroce. I comunisti la ritengono giustamente necessaria e sono gli unici in grado di impartirla, subito.”

Secondo Bocca la peculiarità dei comunisti è quella che, in quanto rappresentanti del ceto operaio, sono spinti alla ribellione come lotta di classe, unendo quindi alla volontà di liberazione dai nazifascisti una prospettiva quasi profetica per un avvenire socialista. Sono inoltre gli unici ad essere in possesso degli strumenti del terrorismo e della carica rivoluzionaria necessaria a portarlo in pratica, provocando di conseguenza la contrarietà alla loro linea delle altre componenti della lotta partigiana, le quali temono che essa si riveli in realtà dannosa. La Resistenza però cesserebbe di esistere nel momento in cui accettasse il ricatto della rappresaglia, la quale è solo figlia della paura tedesca, convinta dell’inizio di un’insurrezione popolare.

Non è solo questa però la motivazione che spinse i Gap all’azione del 23 marzo: Bocca sottolinea il carattere attesista e passivo che aveva assunto la Resistenza in città, il cui ruolo di capitale, in un’Italia dove si combatteva dappertutto, imponeva  un serio impegno nella lotta armata. La linea del Pci va allora intesa come tentativo di salvare l’onore della città attraverso un terrorismo eroico in grado di rianimare il fronte disunito e depresso della Resistenza romana.

La prima monografia approfondita sugli eventi di via Rasella e delle Fosse Ardeatine esce a Roma nel 1968 ad opera di un giornalista americano, Robert Katz: la nazionalità dell’autore è significativa di come, negli anni sessanta, una memoria condivisa su quest’argomento fosse ben al di la da venire.

Katz riprende la tesi di Bocca sulla necessità morale dell’attacco ai tedeschi: partecipando alla propria liberazione, il popolo avrebbe riconquistato quella dignità che molti sentivano compromessa dal passato regime. È il tema di una resistenza morale quello che esce da queste pagine, tema che verrà ripreso anche in tempi più recenti da Pezzino nel suo libro Anatomia di un massacro.

Merito di Katz è quello di inserire l’ideazione dell’azione gappista all’interno del difficile rapporto tra il Pci e gli altri partiti del Cnl: in quei giorni, difatti, l’ala destra non approvava la scelta militare fatta dalla Giunta e, cercando di evitare un possibile slittamento a sinistra, si dichiarava contraria ad ogni azione bellica, preferendo informare gli alleati e facendo propaganda con la stampa clandestina; erano quasi esclusivamente il Pci ed il Pd’A a portare avanti la linea della lotta armata in città. Dunque il fatto che solo il Pci era a conoscenza della pianificazione dell’attentato andrebbe ricollegato alla situazione politica del Comitato e della Giunta, e non solo a causa della necessaria prudenza tipica dei Gap.

Ciò su cui divergono maggiormente le tesi di Bocca e Katz è però il significato che la rappresaglia assumeva per i partigiani: per l’americano, infatti, questi non cercavano alcuna lezione esemplare da impartire alla popolazione romana, anche perché mai e poi mai i giovani gappisti avrebbero potuto essere a conoscenza della bestialità di cui erano capaci i nazisti. Non erano a conoscenza dei campi di sterminio, degli eccidi est europei; non sapevano neanche ciò che accadeva nelle stanze di Via Tasso, dato che i loro compagni che riuscivano ad uscirne vivi non ne facevano parola. Riportando le parole della Capponi e di Bentivegna alla lettura della notizia della rappresaglia, ci fa notare come questi rimasero stupiti e sdegnati dal numero di vittime fatte dai nazisti.

Possiamo dunque affermare che Katz ritiene impossibile che l’attacco di Via Rasella fosse stato effettuato per provocare una rappresaglia, o almeno una rappresaglia di quelle proporzioni. Il rapporto tra politica gappista e rappresaglia verrà affrontato approfonditamente negli anni successivi, tanto da divenire il punto centrale nel dibattito storico negli anni novanta.

Gli anni del processo Priebke

Nel maggio 1994 Sam Donaldson, un giornalista dell’emittente statunitense ABC News, scopre che in una città tedesca sulle Ande argentine, Bariloche, vive Erich Priebke. Questa notizia fa immediatamente il giro del mondo, ed il governo italiano ottiene la sua estradizione nel 1995. Dopo un processo che dura dal novembre di quell’anno al novembre del 1998, Priebke viene condannato all’ergastolo, poi commutato in arresti domiciliari da una sentenza della Corte di cassazione.

Il ritrovamento di Priebke non ha però solo conseguenze giudiziarie, ma riallarga drammaticamente la ferita aperta nella memoria collettiva sugli eventi di via Rasella e delle Fosse Ardeatine. Sono decine, infatti, le pubblicazioni su questo tema, che viene affrontato da diversi punti di vista e mettendo a fuoco la maggior parte dei nodi cruciali del dibattito storico sui caratteri della Resistenza romana.

Nel 1996 esce un’interessante monografia sul movimento partigiano di Bandiera Rossa scritta da Roberto Gremmo: storico, politico di formazione maoista e fondatore di movimenti legati all’autonomismo piemontese, in questo libro analizza il rapporto tra Pci e Bandiera Rossa nel periodo di occupazione tedesca della capitale. nonostante la sua formazione politica la sua tesi si ricollega, con quella fratricida di Pisanò: lo storico piemontese afferma infatti che il PCI decise di colpire a Via Rasella il 23 marzo in quanto era a conoscenza di una riunione di alcuni esponenti di Bandiera Rossa proprio nella stessa via; tra l’atro il PCI, tramite i suoi legami con la polizia e la questura, avrebbe avuto una certa influenza nella compilazione della lista delle vittime della rappresaglia.

Entrambe queste tesi sono confutate da Alberto ed Elisa Benzoni: dato il carattere di segretezza della Resistenza romana, è impossibile affermare che i gappisti erano a conoscenza della riunione di Bandiera Rossa; anche lo slittamento della data dell’attentato può facilmente confutare questa ipotesi. Per quanto riguarda il ruolo dei membri del PCI nella scelta dei nominativi della lista, accusa della quale mi preme sottolineare la gravità, è impossibile pensare che nelle concitate ventiquattro ore che seguirono l’attentato ci fosse stato il tempo per interventi esterni. La tesi fratricida è inoltre smentita dal comportamento dei membri di Bandiera Rossa dopo la liberazione di Roma, molti dei quali parteciparono al comizio di Togliatti o si iscrissero al PCI.

L’anno successivo viene pubblicato in Italia un libro dello storico tedesco Friedrich Andrae, Auch gegen Frauen und Kinder (“Anche contro donne e bambini”): arruolato nell’esercito nazista all’età di 16 anni, Andrae incentra il suo libro sulle violenze operate dai tedeschi sulla popolazione italiana. Osserva che non furono solo le SS o le Waffen SS a compiere le stragi di civili, ma furono anche i reparti dell’esercito regolare.

Nel capitolo dedicato all’eccidio delle Fosse Ardeatine, Andrae cerca di individuare le motivazioni che spinsero i Gap all’azione di via Rasella, formulando tre ipotesi:

  1. Essa potrebbe essere la risposta partigiana al non rispetto dello status di Roma “città aperta”;
  2. Potrebbe rappresentare un’intimidazione ai danni dei fascisti in occasione del 25° anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento;
  3. Potrebbe essere stata effettuata per sfidare i tedeschi e spingerli alla rappresaglia, in modo da accrescere il sentimento della popolazione contro gli occupanti, dare un nuovo slancio alla resistenza romana e contemporaneamente “incitare ad uno stato d’animo rivoluzionario”.

Come affermato in precedenza, il rapporto tra attentato e rappresaglia rappresenta uno dei nodi principali del dibattito storico su questo argomento.

Abbiamo già visto le posizioni contrastanti tra Bocca e Katz; Andrae si ricollega alle tesi di Bocca, omettendo però il valore morale dell’azione dei partigiani. Questi ultimi invece hanno una posizione totalmente opposta, asserendo che la rappresaglia era totalmente inaspettata, data l’assenza di risposte tedesche ai precedenti attacchi subiti.

Del resto, la scelta politica tedesca fu quella di cercare di insabbiare le azioni partigiane e, soprattutto, le loro perdite: il mito dell’invulnerabilità della Wermacht non doveva essere toccato, i tedeschi dovevano apparire agli occhi dei romani come un esercito invincibile, impossibile da scacciare. Anche per questo le rappresaglie venivano evitate il più possibile, per non mostrare che in realtà, all’interno della città, c’erano piccole bande di italiani capaci di colpire duramente i nazisti. La scelta del silenzio venne rispettata anche nel caso di rappresaglie, anche se in quelle circostanze era maggiormente legata alla paura di una possibile reazione popolare; il caso dell’eccidio delle Fosse Ardeatine è un esempio emblematico di questa scelta. Ma le perdite di Via Rasella furono troppo numerose e, soprattutto, troppi civili si accorsero di ciò che era successo: questa volta il silenzio non poteva bastare.

I gappisti inoltre affermano che l’azione partigiana ebbe dei risultati inaspettati: l’organizzazione perfetta portò a un numero di nemici uccisi enormemente superiore a quello prospettato. Afferma il comandante militare dei Gap romani, Valentino Gerratana: ”Potevi anche calcolare che ce ne rimanessero due insomma, e già sarebbe stato un successo; è andata così. E quindi il fatto delle reazioni, nessuno se l’aspettava.”

Anche Marisa Musu, appartenente ai Gap centrali: “[…] nessuno se l’aspettava.” Poi, riferendosi alla rappresaglia: “Cioè, si era ucciso, si era fucilato, eccetera; però in realtà non si era mai collegato. Quindi per noi direi che è stato indubbiamente, un grande, un grande shock, eravamo sconvolti perché era una cosa… certamente non l’avevamo previsto.”

Una posizione diametralmente opposta è quella esposta dai Benzoni in Attentato e rappresaglia (Marsilio Editori, Venezia, 1999): secondo loro i dirigenti del PCI e gli stessi gappisti erano certi che alla loro azione sarebbe seguita una dura risposta. Il loro discorso è politicamente più ampio: Via Rasella non rappresenta un’azione isolata, ma il culmine di una politica terroristica che andava avanti dal dicembre del ’43; alle precedenti azioni (circa quaranta), i tedeschi non risposero mai in maniera decisa, ma “ogni attentato senza risposta accresceva la possibilità che essa scattasse e con maggiore violenza dopo l’azione seguente”. In pratica, secondo i Benzoni, l’eccidio delle Fosse Ardeatine rappresenta la risposta tedesca non alla singola azione di Via Rasella, ma alla politica terroristica del PCI nella città di Roma.

Joachim Staron, storico tedesco, si avvicina nel 2002 alla tesi dei Benzoni: “per lo meno ai livelli più alti del movimento resistenziale, si aveva piena consapevolezza delle dimensioni che avrebbe potuto assumere una eventuale rappresaglia. Dunque, non era tanto l’attentato in sé quanto piuttosto la probabile rappresaglia che ne sarebbe conseguita che doveva risvegliare la popolazione romana dal suo letargo e convincerla della vera natura del regime di occupazione.”

Una posizione meno netta aveva preso nel 1996 Aurelio Lepre, il quale affermò che “Se i gappisti avessero esaminato le possibili conseguenze dell’attentato, avrebbero dovuto prevedere una dura rappresaglia.” Come lo storico napoletano la pensa anche Paolo Pezzino: “l’eventualità della rappresaglia non può essere espunta dall’insieme delle valutazioni che i partigiani avrebbero dovuto affrontare prima di ogni azione.”

De Luna invece afferma che il nodo cruciale di questo dibattito sarebbe piuttosto da ricercare nella contrapposizione tra la logica della rappresaglia e quella della resistenza, contrapposizione risaltata anche da Pezzino: “l’accettazione del ricatto della rappresaglia portava come conseguenza la negazione della possibilità stessa di una resistenza armata ai tedeschi e ai fascisti, […] è uno stravolgimento del giudizio storico addebitare in linea di principio la responsabilità di quei costi ai partigiani e non a chi aveva emanato gli ordini che consentivano alle truppe tedesche di sterminare civili inermi con la garanzia dell’impunità.”

Del resto di accettazione del rischio della rappresaglia aveva già parlato Giorgio Amendola in Lettere a Milano, 1939-1945: “ogni volta il problema si ripresentava nella sua tragica e concreta umanità ed io non potevo negare la parte di responsabilità individuale che mi spettava per quello che era avvenuto.” Del rischio di rappresaglia si discuteva ovviamente anche durante la guerra: in un documento del Comando militare dell’alta Italia del CVL era scritto: “la preoccupazione della rappresaglia non deve costituire un impedimento insuperabile all’azione”.

I partigiani erano dunque a conoscenza della possibilità di una rappresaglia, anche se probabilmente non si aspettavano né un tale successo della loro azione, né una risposta tanto spietata da parte dei tedeschi. Questo però non può portarci, come spesso è accaduto, a far ricadere la responsabilità di quanto accaduto il 24 marzo 1944 sui partigiani, in quanto questa va addossata unicamente a chi di quei fatti era il protagonista. “La possibile irresponsabilità dei partigiani non può far passare in secondo piano la calcolata responsabilità dei nazisti.”

I testimoni

A partire dagli anni del processo Priebke si è sviluppata una storiografia resistenziale caratterizzata da una maggiore attenzione alle dinamiche interne al movimento partigiano, nel tentativo di delinearne le tendenze tattico politiche in relazione al tema della memoria divisa. Molto è stato scritto sull’azione gappista di via Rasella, ora contestualizzata nel più ampio campo della Resistenza italiana e messa in relazione con altri avvenimenti analoghi. Possiamo affermare che la maggior parte degli storici protagonisti di questa fase del “processo” ai Gap romani hanno smesso di vestire i panni degli accusatori o dei difensori, per vestire quelli di testimoni.

Abbiamo già visto la posizione di Paolo Pezzino sul legame tra attentato e rappresaglia, omettendo però il risalto che egli da alla funzione politica del rischio della rappresaglia: “[…] stabilire quali siano i rischi che una società, o una comunità, possano e debbano correre è una funzione altamente politica.”

Pezzino però non si ferma a questo aspetto della vicenda, ma correla l’azione partigiana alla dimostrazione della volontà italiana di ripudiare il passato partecipando attivamente alla guerra: “I partigiani e i gappisti avevano come obiettivo principale quello di “dare al mondo una dimostrazione concreta […] della volontà del popolo italiano di ripudiare il passato per scendere in campo a fianco degli alleati nella comune guerra di liberazione.”

In un saggio sul numero 103 dei Quaderni storici, Pezzino ci parla di una sua esperienza di ricerca precedente, nella quale svolse un’intervista di diverse ore ad un ex partigiano comunista di Sarzana, che diventerà dopo la guerra sindaco del paese per vent’anni. Cercando in tutti i modi di capire qual’era la maggiore motivazione che spingesse un giovane a darsi alla lotta armata per la liberazione, dopo cinque ore di intervista riuscì a fargli ammettere che lo faceva per la rivoluzione.

Pezzino riporta questo ragionamento all’esperienza gappista romana e la prima cosa che prende in esame è il clima politico in cui i gappisti operarono: la priorità dei comunisti, afferma, era quella di fare la rivoluzione, ed in un periodo in cui l’ideologia predominante era quella del comunismo di impronta staliniana, questa priorità risultava ancora più evidente.

Successivamente l’autore passa ad esaminare la composizione sociale dei GAP: tolto Blasi, l’unico operario del gruppo nonché l’unico a cedere alle pressioni fasciste ed a denunciare i suoi ex compagni, tutti gli altri erano di estrazione borghese. La maggior parte di loro, come Bentivegna, Fiorentini o la Capponi, erano studenti universitari che parteciparono alle agitazioni studentesche del ’43 e che in quel clima ebbero la loro formazione politico-ideologica. Tale formazione li portava ad agire per un motivo che era eticamente superiore alla lotta allo straniero, ovvero la rivoluzione comunista.

Per alcuni di loro, e mi riferisco in particolar modo a Calamandrei, l’ottica rivoluzionaria era diventata l’unica vera ragione di vita, una specie di Dio al quale rivolgersi impugnando le armi per combattere il nemico, che in quel momento storico era rappresentato dal nazifascismo, anche come espiazione suprema della “colpa” dell’appartenenza alla classe borghese.

La Resistenza ha un carattere duplice: da un lato è espressione di una lotta per la liberazione della nazione, mentre dall’altro si caratterizza come lotta di classe, le cui radici sono da ricercare prima dell’avvento del fascismo, e il cui protagonista non può che essere il Partito Comunista: “Pace contro giustizia e libertà: non rappresenta questo un altro modo, sia pure più nobile, di raffigurare l’opposizione tra attendismo e impegno nella lotta armata?”

Dunque l’ottica rivoluzionaria è da ritenere una base fondamentale della politica dei GAP, anche se sarà da lì a qualche mese smentita dalla nuova linea imposta dal PCI con il ritorno di Togliatti.

Aurelio Lepre, in Via Rasella. Leggenda e realtà della Resistenza a Roma (Laterza, Roma-Bari, 1996), affronta il tema dell’azione di via Rasella attraverso alcune intercettazioni telefoniche fatte dal Ministero degli Interni. Lo scopo del suo libro è quello di mettere in luce la responsabilità morale di una parte dei romani nei confronti delle vittime delle Fosse Ardeatine, responsabilità cancellate nell’ottica di un processo di deresponsabilizzazione che caratterizzò, e continua a caratterizzare tutt’ora, il modo in cui la memoria collettiva italiana si pose nei confronti della seconda guerra mondiale.

In questo volume, però, Lepre si confronta anche con la tematica della politica gappista nella Resistenza romana: afferma che i partigiani furono spinti all’azione dall’esempio precedente di via Tomacelli, dove riuscirono a colpire una sfilata di fascisti facendo tre morti, alla quale non seguì alcun tipo di risposta da parte delle autorità italo-tedesche; nel seguire questo ragionamento i partigiani però non si resero conto che a via Rasella sarebbero stati colpiti soldati della Wermacht, rendendo la rappresaglia un’ipotesi che doveva essere seriamente presa in considerazione.

Stando a Lepre, nella politica del Pci il gesto era considerato più rilevante dell’effettiva efficienza militare dell’azione, in quanto suo scopo principale era quello di spingere a ogni costo i romani alla lotta e portare alla sconfitta la linea “attesista”, la quale prendeva sempre più posto all’interno della Giunta Militare del Cln. Nel fare questo però il Pci non si rese conto che “la posizione dei moderati del Cln rifletteva l’atteggiamento della popolazione” e che “il tentativo degli attentatori di spingere a ogni costo i romani alla lotta era una forzatura degli avvenimenti, perché a Roma la resistenza era ancora troppo debole e tale rimase.”

In pratica Lepre non riscontra alcuna necessità militare nell’azione del Gap, ma la associa ad una politica caratterizzata dall’assunzione di decisioni dettate da cause contingenti e da superiori ideali collettivi, decisioni che a volte furono personali e che portarono a degli “errori di cui nessuno, nel compierli, si rese pienamente conto.”

Conclusioni

In questo breve excursus ho tentato di delineare le linee politiche del Pci e dei Gap viste attraverso le pagine del dibattito storiografico in un contesto ancora più ampio, quello della memoria divisa e dell’uso pubblico della storia. Abbiamo visto come alcuni abbiano tentato, a dir la verità basandosi solo su supposizioni, di legare l’azione di via Rasella ad una sorta di lotta intestina interna al Cln, con il Pci impegnato in una spasmodica lotta per il potere; abbiamo visto come i partigiani legarono la loro azione ad una volontà di ridare dignità alla capitale impegnandosi in una Resistenza che era, ancor prima che militare, morale.

Abbiamo visto soprattutto come si è tentato di spiegare il drammatico rapporto tra via Rasella e le Fosse Ardeatine, arrivando alla conclusione che se è impossibile legare esclusivamente l’azione partigiana ad una spietata politica educatrice, è altrettanto necessario porre su due piani diametralmente opposti la guerra partigiana alla terroristica strategia della rappresaglia.

Credo che, a mio avviso, sia necessario considerare la politica dei Gap romani tenendo ben presenti alcuni punti: dobbiamo considerare la prioritaria volontà, o meglio ancora la necessità, di spingere la popolazione urbana ad un’opposizione attiva e militare in grado di spezzare l’attendismo che di fatto caratterizzò l’intero periodo dell’occupazione nazifascista; è necessario tener presente l’estrazione sociale e la formazione politica di questi giovani, che li portava naturalmente a considerare la guerra di liberazione come una guerra rivoluzionaria; è necessario tener presente l’importanza data dai Gap all’estetica e alla spettacolarizzazione dell’azione in funzione dell’obiettivo insurrezionale, caratteristica non solo romana ma nazionale.

È necessario infine tener presente la genuinità morale e l’inesperienza dei componenti dei Gap romani, unite all’assoluta importanza data da loro alla lotta armata al nazifascismo: ma nelle strade di Roma ad accogliere gli alleati non c’era nessuno, e l’insurrezione popolare non ebbe mai luogo.

Tommaso Ciotti

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